LITTLE JOE (SubITA)

Titolo originale: Little Joe
Paese di produzione: Austria, Regno Unito, Germania, Francia
Anno: 2019
Durata: 105 min
Genere: Fantascienza, Horror, Psicologico, Drammatico, Thriller
Regia: Jessica Hausner

Sinossi: Alice, una ricercatrice specializzata nella creazione di nuove specie vegetali, sviluppa un fiore rosso capace di rendere felice chiunque ne respiri il polline. Quando porta a casa un esemplare per il figlio adolescente, però, comincia a sospettare che quella felicità abbia un prezzo inquietante.

E se un giorno qualcuno riuscisse a venderti la felicità in un vaso da appartamento? Niente meditazioni all’alba, niente anni di terapia, niente crisi esistenziali alle tre di notte: basta annaffiare la piantina, parlarle con affetto e lasciarle fare il suo lavoro. Un piccolo miracolo rosso, profumato, commercialmente irresistibile. Peccato che dietro la promessa di benessere possa nascondersi qualcosa di molto meno rassicurante. In Little Joe, Jessica Hausner prende una premessa da fantascienza biologica e la trasforma in un incubo gelido, elegante e sottilmente velenoso. Alice è una ricercatrice che lavora alla creazione di nuove specie vegetali per un’azienda biotecnologica. La sua ultima invenzione è un fiore progettato per rendere felice chiunque entri in contatto con il suo polline. Convinta della bontà del progetto, Alice porta clandestinamente a casa un esemplare per il figlio Joe, adolescente con cui cerca di mantenere un rapporto affettuoso mentre il lavoro si prende una fetta sempre più consistente della sua vita. Il fiore riceve il nome del ragazzo, Little Joe, e tutto sembra inizialmente funzionare secondo le aspettative. Poi le persone esposte al polline cominciano a comportarsi in modo strano. Sono ancora loro, almeno in apparenza, ma qualcosa nella loro personalità sembra essersi spostato, come se una parte della loro umanità fosse stata silenziosamente sostituita. Hausner non cerca il mostro che sfonda la porta né il classico crescendo di urla e sangue. Il suo orrore nasce da una domanda molto più sottile: come fai a riconoscere che qualcuno è cambiato quando quella persona continua a sorridere, ti parla normalmente e sostiene di sentirsi meglio che mai? Il film si insinua proprio lì, nel punto in cui la felicità smette di essere un’esperienza personale e diventa un risultato da ottenere, misurare e distribuire. E il fiore, con il suo nome tenero e innocente, sembra quasi una pubblicità perfetta per un mondo che vorrebbe eliminare ogni sofferenza senza domandarsi troppo che cosa stia eliminando insieme al dolore.

Il vero veleno di Little Joe non è necessariamente il polline. È l’idea che la felicità possa essere progettata da qualcuno, confezionata e somministrata come un prodotto, mentre tutto ciò che disturba l’equilibrio viene trattato come un difetto da correggere. Il laboratorio di Alice è un ambiente pulito, ordinato, luminoso, dominato da procedure e obiettivi; eppure proprio questa perfezione produce disagio. Non siamo dentro un covo di scienziati pazzi che ridono mentre distruggono il mondo. Siamo dentro un’azienda che vuole sviluppare un prodotto efficace, con persone che lavorano, fanno esperimenti e cercano di raggiungere risultati. Il potenziale orrore nasce dalla normalità del processo. Nessuno ha bisogno di dichiararsi malvagio quando ogni scelta può essere giustificata con una parola rassicurante come innovazione, benessere o progresso. Il fiore promette felicità, ma la felicità che produce sembra progressivamente cancellare le sfumature emotive, le contraddizioni e quella particolare imprevedibilità che ci rende esseri umani anziché dispositivi ben programmati. Qui il film tocca un nervo scoperto della società contemporanea: il dovere di stare bene. Non basta più vivere, attraversare momenti difficili, avere dubbi, sentirsi persi o essere semplicemente incompatibili con le aspettative degli altri. Bisogna funzionare, essere positivi, produttivi, equilibrati. Se qualcosa dentro di noi si rompe, la tentazione è cercare immediatamente una soluzione che ci restituisca alla prestazione, senza necessariamente chiederci perché stiamo male. Attenzione, però: non è una condanna della medicina, della ricerca scientifica o di ogni intervento volto ad alleviare la sofferenza. Il bersaglio è la fantasia di un benessere senza conseguenze, di un’emozione separata dalla complessità della persona che la prova. Una felicità imposta dall’esterno può essere davvero felicità, oppure è soltanto un comportamento che assomiglia alla felicità? E se per sentirci bene dovessimo rinunciare alla capacità di essere tristi, arrabbiati, inquieti, gelosi, ribelli? Forse non avremmo eliminato il dolore: avremmo eliminato una parte della nostra libertà di sentire. La dimensione più inquietante emerge anche attraverso il rapporto tra Alice e Joe. La madre vuole proteggerlo, desidera renderlo felice e crede di offrirgli qualcosa di buono. Ma suo figlio sta crescendo, costruisce relazioni che lei non controlla e comincia ad abitare un mondo emotivo che non le appartiene più completamente. La paura che il ragazzo sia cambiato si intreccia così con una paura più intima: quella di non riconoscere più il proprio figlio. Alice è una scienziata abituata a osservare, analizzare e cercare spiegazioni, ma quando l’oggetto dell’indagine diventa la sua stessa famiglia la distanza professionale si sgretola. Potrebbe avere ragione sui pericoli del fiore, oppure la sua ansia potrebbe deformare ciò che vede. Hausner lascia aperta questa frattura e ci costringe a restare in una posizione scomoda, senza consegnarci subito la certezza che desideriamo.

Anche la forma del film è parte integrante di questo esperimento. I colori pastello, gli ambienti asettici, le inquadrature composte e i movimenti misurati della macchina da presa costruiscono un universo dove tutto sembra sotto controllo, mentre qualcosa di invisibile si diffonde tra le persone. Il rosso acceso del fiore emerge da questo ordine artificiale come una macchia che non dovrebbe esserci. La recitazione trattenuta e i dialoghi spesso freddi amplificano la sensazione che i personaggi stiano recitando una normalità appena incrinata. Anche la musica contribuisce a destabilizzare l’immagine rassicurante: invece di accompagnare semplicemente le scene, introduce una tensione che sembra provenire da un livello nascosto della realtà. Hausner costruisce così un horror che non ha bisogno di trasformare le persone in creature mostruose: le rende inquietanti proprio mentre continuano a sembrare persone comuni. Il richiamo alla fantascienza paranoica e alle storie di sostituzione dell’identità è evidente, ma Little Joe sposta il centro del discorso verso il mercato della felicità e la possibilità che il controllo non arrivi attraverso la violenza, bensì attraverso una promessa seducente. Nessuno vuole essere infelice. Nessuno desidera soffrire inutilmente. Ed è proprio per questo che una soluzione capace di promettere benessere immediato può diventare così difficile da mettere in discussione. Il film, va detto, non sempre trasforma la propria premessa in una tensione narrativa altrettanto efficace: il ritmo deliberatamente lento e la freddezza stilistica possono creare distanza, mentre alcuni sviluppi sembrano lasciare in sospeso possibilità più inquietanti di quelle effettivamente esplorate. Ma questa incompiutezza ha anche una conseguenza interessante: il disagio non si risolve completamente insieme alla storia. Rimane la sensazione che il vero esperimento non riguardi soltanto il fiore, ma la nostra disponibilità a sacrificare qualcosa di essenziale pur di sentirci finalmente a posto. E forse Little Joe è davvero il nome perfetto per questa creatura: piccolo, tenero, innocuo, quasi familiare. Non sembra una minaccia perché non si presenta come una minaccia. Ti offre esattamente quello che desideri e aspetta che sia tu ad aprirgli la porta. In un mondo che trasforma ogni fragilità in un mercato e ogni disagio in un’occasione commerciale, il mostro più efficace non è quello che ti costringe a obbedire. È quello che riesce a convincerti che obbedire ti farà stare meglio.

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By Anam

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