
Titolo originale: Spermula
Paese di produzione: Francia
Anno: 1976
Durata: 91 minuti
Genere: Fantascienza, Erotico, Sperimentale
Regia: Charles Matton
Sinossi:
In un futuro indefinito e decadente, l’umanità sembra avviata verso l’estinzione a causa dell’impossibilità di riprodursi naturalmente. Una misteriosa sostanza chiamata “spermula” diventa l’ultima speranza per la continuazione della specie. In questo mondo morente, un uomo si muove tra figure femminili enigmatiche, rituali sessuali, tecnologie arcaiche e paesaggi mentali frammentati, alla ricerca di una forma di sopravvivenza che non sia solo biologica, ma anche simbolica.
Recensione:
Spermula è uno di quei film che non chiedono il permesso per esistere. Appare, si impone, e resta come un corpo estraneo nella storia del cinema europeo degli anni Settanta. Charles Matton costruisce un oggetto filmico che sta a metà tra la fantascienza terminale, l’erotismo rituale e la meditazione metafisica sulla fine della specie. Non è un film “da capire”: è un film da attraversare, come un sogno malato o una visione febbrile.
La prima cosa che colpisce è la totale indifferenza di Spermula verso qualsiasi idea di realismo. Il futuro che mette in scena non è tecnologico, non è coerente, non è spiegato. È un futuro simbolico, fatto di rovine interiori più che di macchine. Tutto sembra già finito, o sul punto di spegnersi. La sterilità non è solo biologica, ma spirituale, culturale, linguistica. I personaggi parlano poco, si muovono come automi sensuali, sembrano più funzioni che individui.
L’erotismo, centrale e onnipresente, non ha nulla di liberatorio o ludico. È freddo, meccanico, ossessivo. I corpi non sono mai realmente desideranti: sono strumenti, contenitori, superfici rituali. Il sesso in Spermula non unisce, non genera piacere, non produce vita. È una ripetizione sterile, un gesto svuotato che cerca disperatamente di ricordare a se stesso di avere ancora un senso. In questo, il film è sorprendentemente cupo e anti-erotico, nonostante l’abbondanza di nudità.
Matton lavora per accumulo di simboli: liquidi vitali, macchinari obsoleti, abiti futuribili che sembrano reliquie, ambienti chiusi che soffocano più che proteggere. La spermula diventa un feticcio, una sostanza mitologica, quasi alchemica, che promette la continuazione della specie ma non la salvezza dell’umanità. Anche se la vita potesse continuare, sembra suggerire il film, sarebbe comunque priva di senso.
C’è in Spermula una visione profondamente pessimista dell’evoluzione. Non esiste progresso, solo degenerazione. La scienza non è una forza emancipatrice, ma un’ultima stampella che tenta di sostenere un corpo già morto. Il futuro non è un orizzonte, ma una stanza chiusa in cui si ripetono gesti antichi senza più comprenderne il significato.
La regia è volutamente statica, ipnotica, a tratti estenuante. I movimenti sono lenti, i tempi dilatati, le inquadrature insistono sui corpi come se fossero reperti. Questo ritmo innaturale contribuisce a creare una sensazione di sospensione temporale: Spermula sembra svolgersi fuori dal tempo, in un eterno crepuscolo in cui nulla nasce davvero e nulla muore del tutto.
Dal punto di vista concettuale, il film dialoga apertamente con una certa fantascienza filosofica europea, ma spinta verso una deriva quasi esoterica. La riproduzione diventa rito, il seme diventa simbolo, la fine della specie assume i contorni di una punizione metafisica. È come se l’umanità stesse pagando una colpa antica, mai nominata, ma inscritta nei corpi stessi.
Importante è anche l’assenza di empatia tradizionale. I personaggi non sono costruiti per essere amati o compresi. Sono maschere, archetipi, presenze. Questo distacco emotivo può risultare respingente, ma è coerente con il progetto del film: in un mondo sterile, anche l’identificazione emotiva è diventata impossibile.
Spermula è un film che oggi appare ancora più alieno di quanto dovesse sembrare nel 1976. Non perché sia invecchiato male, ma perché non ha mai cercato di appartenere a un tempo preciso. È un’opera marginale, radicale, imperfetta, ma proprio per questo affascinante. Non offre risposte, non propone soluzioni, non consola. Mostra solo un’umanità che ha perso il contatto con la propria origine e che continua a muoversi per inerzia, come un corpo che non sa ancora di essere morto.
È cinema come residuo, come traccia di un’ossessione, come oggetto anomalo che resiste a ogni classificazione. Spermula non va difeso né giustificato: va accettato nella sua stranezza, nella sua ambiguità morale, nella sua visione glaciale. Un film che non chiede di essere amato, ma ricordato.
