
Titolo originale: Párvulos
Paese di produzione: Messico
Anno: 2024
Durata: 105 minuti
Genere: Horror, Fantascienza, Drammatico
Regia: Isaac Ezban
Sinossi:
In un mondo devastato da un’epidemia che ha cancellato ogni ordine sociale, tre fratelli vivono isolati in una casa abbandonata, tentando di sopravvivere seguendo regole proprie, ferree e infantili allo stesso tempo. All’esterno regna il caos, ma anche all’interno qualcosa di oscuro cresce, nutrito dalla paura, dalla fame e da un segreto che non può restare sepolto. L’infanzia, in questo nuovo mondo, non è più uno spazio protetto ma un terreno di mutazione, dove l’innocenza si contamina e si trasforma.
Recensione:
Párvulos è uno di quei film che sembrano nascere già malati, infetti alla radice. Isaac Ezban non utilizza l’apocalisse come scenario spettacolare, ma come condizione mentale. Il mondo è finito prima ancora che il film cominci davvero, e ciò che resta non è la lotta per la sopravvivenza, ma la deformazione dell’etica, del linguaggio, dell’infanzia stessa.
Il cuore del film non è il contagio, né la creatura, né l’orrore esplicito. È l’educazione. O meglio: ciò che accade quando crescere significa imparare a convivere con l’innominabile. I tre fratelli costruiscono un microcosmo regolato da leggi arbitrarie, rituali improvvisati, punizioni e premi che ricordano una versione degenerata del gioco infantile. Ma qui il gioco non è simulazione: è pratica quotidiana della morte.
Ezban lavora su una tensione sottilissima tra tenerezza e repulsione. I bambini non sono mai mostri, e proprio per questo il film inquieta profondamente. Sono adattivi. Assorbono l’orrore come fosse normale, lo integrano nella routine, lo rendono funzionale. Párvulos suggerisce una verità scomoda: l’innocenza non è una qualità morale, ma una condizione temporanea. In un mondo senza adulti, o con adulti incapaci di trasmettere senso, l’infanzia non si perde: muta.
La casa in cui i protagonisti si rifugiano diventa una sorta di laboratorio etico. Uno spazio chiuso, quasi uterino, in cui la sopravvivenza richiede compromessi sempre più estremi. Ogni stanza sembra custodire una regola non detta, ogni oggetto diventa simbolo di un ordine fragile. Il film lavora molto sugli interni, sulla sensazione di clausura, sulla percezione che il pericolo esterno sia meno minaccioso di ciò che cresce dentro.
La componente horror è calibrata, mai esibita in modo gratuito. Ezban sa quando mostrare e quando sottrarre. L’orrore più efficace non è quello visivo, ma quello concettuale: l’idea che l’amore fraterno possa coesistere con scelte irreversibili, che la protezione possa richiedere sacrifici eticamente inaccettabili. Qui l’orrore diventa domestico, quasi pedagogico.
C’è una dimensione profondamente politica nel film, ma non dichiarata. Párvulos parla di un mondo ereditato senza istruzioni, di generazioni costrette a inventare un senso nel vuoto lasciato da chi è venuto prima. È un film sulla trasmissione fallita, sul fatto che ogni catastrofe non distrugge solo i corpi, ma anche i codici morali. E quando questi codici scompaiono, ciò che resta non è il caos, ma un nuovo ordine disturbante.
La regia è asciutta, controllata, a tratti crudele nella sua coerenza. Ezban evita qualsiasi compiacimento emotivo. Non cerca la lacrima facile, non costruisce eroi. I bambini restano bambini, anche quando compiono gesti che lo spettatore fatica ad accettare. Ed è proprio questa assenza di giudizio a rendere il film così destabilizzante.
Il titolo, Párvulos, suona quasi ironico. Richiama l’infanzia, la fragilità, la promessa di un futuro. Ma qui il futuro è già compromesso, e l’infanzia diventa un territorio contaminato, un luogo dove l’etica si riscrive in base alla necessità. Non c’è redenzione, non c’è ritorno a un ordine precedente. C’è solo l’adattamento.
Párvulos è un film che scava lentamente, senza urlare, senza spiegare troppo. Un horror che non vuole spaventare nel senso tradizionale, ma insinuare un dubbio persistente: cosa resta dell’umano quando l’educazione avviene nel vuoto morale? La risposta non arriva mai del tutto, e proprio per questo continua a lavorare nello spettatore come un’infezione silenziosa.
