EKSPRES, EKSPRES (SubITA)

Titolo originale: Ekspres, Ekspres
Paese di produzione: Slovenia
Anno: 1995
Durata: 76 min.
Genere: Commedia, Drammatico, Grottesco
Regia: Igor Sterk

Dopo la morte di suo padre, un giovane usa la bandiera nera del lutto e si cuce un paio di pantaloni. Quindi fa un viaggio in treno e incontra una varietà di personaggi bizzarri, tra cui un clandestino, un duo sordomuto, un venditore di palloncini, un appassionato di uccelli e una ragazza attraente.

Ekspres, Ekspres è uno di quei film che sembrano nati sulla strada, impregnati di polvere, chilometri e insonnia. Igor Šterk firma un’opera che non ha fretta di arrivare da qualche parte, perché il punto non è la destinazione ma lo stato mentale del viaggio. È un cinema che respira instabilità, figlio di un’Europa ancora scossa, ancora senza una forma definitiva, dove muoversi equivale a restare vivi.

Il film si inserisce nel filone del road movie, ma lo fa in modo obliquo, quasi svogliato. Non c’è epica, non c’è romanticismo della fuga. Il viaggio non è liberazione, è sospensione. I protagonisti si muovono perché stare fermi sarebbe peggio, ma ogni chilometro percorso non chiarisce nulla, anzi aumenta il senso di smarrimento. Šterk osserva i suoi personaggi con uno sguardo asciutto, privo di compiacimento, lasciando che siano i silenzi, gli sguardi persi e le attese a raccontare ciò che le parole non dicono.

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C’è una sensazione costante di provvisorietà: lavori improvvisati, piccoli imbrogli, relazioni che durano lo spazio di una notte. Tutto sembra temporaneo, come se il tempo stesso fosse diventato instabile. In questo senso, Ekspres, Ekspres è profondamente legato al suo contesto storico, ma non lo esplicita mai in modo didascalico. La politica non viene nominata, ma è ovunque, nei confini attraversati, nelle lingue che si mescolano, nella difficoltà di immaginare un futuro che non sia semplicemente la prossima tappa.

Il rapporto tra i due protagonisti è il vero motore del film. Un’amicizia che non ha bisogno di essere spiegata, fatta di complicità tacita e di tensioni sotterranee. Non c’è un vero conflitto dichiarato, ma una frizione continua, come se entrambi intuissero che il viaggio non può durare all’infinito e che, prima o poi, qualcuno dovrà fermarsi o sparire. Šterk lavora su questa ambiguità emotiva con grande intelligenza, evitando psicologismi espliciti e lasciando che siano i gesti minimi a parlare.

Visivamente, il film adotta uno stile essenziale, quasi documentaristico. Le location non sono mai esotiche o idealizzate: stazioni di servizio, strade anonime, periferie senza identità. L’Europa che emerge è una terra di passaggio, un non-luogo continuo. Questo conferisce al film una qualità quasi fantasmica, come se i personaggi stessero attraversando uno spazio che non li riconosce e che non verrà ricordato.

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Sotto la superficie realistica, Ekspres, Ekspres possiede una dimensione più sottile, quasi esistenziale. Il movimento diventa una forma di anestesia, un modo per non pensare, per non scegliere. C’è qualcosa di segretamente disperato in questa corsa senza meta, come se fermarsi significasse dover fare i conti con se stessi. In questo senso, il film ha una vena sottilmente esoterica: il viaggio come rituale vuoto, come ripetizione che non conduce a nessuna rivelazione, solo a un lento logoramento.

Šterk non giudica mai i suoi personaggi. Li segue, li accompagna, li osserva mentre consumano il tempo. Ed è proprio questa neutralità apparente a rendere il film così onesto. Ekspres, Ekspres non offre risposte, non propone redenzioni. Mostra una generazione sospesa, intrappolata tra un passato che non funziona più e un futuro che non ha ancora preso forma.

È un film che resta addosso per la sua sincerità ruvida, per la sua capacità di catturare uno stato d’animo collettivo senza trasformarlo in manifesto. Un cinema di transito, di attese, di strade che sembrano non finire mai. Un’espressione pura di inquietudine post-europea, raccontata senza proclami, con il motore acceso e lo sguardo fisso sull’asfalto.

By Anam

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