ARIEL (SubENG)

Titolo originale: Ariel
Paese di produzione: Spagna, Portogallo
Anno: 2025
Durata: 108 minuti
Genere: Drammatico, Fantastico, Sperimentale
Regia: Lois Patiño

Sinossi:
Un gruppo di attori arriva su un’isola per mettere in scena La tempesta di Shakespeare. Lo spazio naturale che li accoglie è rarefatto, sospeso, quasi fuori dal tempo. Mentre le prove avanzano, il confine tra il testo teatrale, i personaggi e le vite reali degli interpreti comincia a dissolversi. L’isola diventa un luogo di metamorfosi, dove identità, voce e corpo entrano in risonanza con il paesaggio e con forze invisibili che sembrano guidare ogni gesto.

Recensione:
Ariel è cinema che evapora. Lois Patiño continua il suo lavoro di smaterializzazione dell’immagine e del racconto, portandolo qui a una forma quasi estrema, dove la narrazione non avanza ma fluttua, come sospesa in uno stato di perenne prova generale. Non c’è una storia da seguire, ma un’atmosfera da attraversare, e lo spettatore è chiamato non a comprendere, ma a sintonizzarsi.

Il riferimento a La tempesta non è mai illustrativo. Shakespeare è una vibrazione di fondo, un’eco che attraversa le immagini senza mai imporsi come struttura narrativa. Prospero, Ariel, l’isola, il potere, l’illusione: tutto viene assorbito e restituito in forma sensoriale. Il teatro non è rappresentazione, ma rito. Le prove diventano invocazioni, il testo una formula magica che altera la percezione del reale.

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L’isola è il vero personaggio centrale del film. Non come scenario, ma come entità attiva, quasi cosciente. Il paesaggio marino, il vento, la luce abbacinante e i silenzi profondi sembrano guidare i movimenti degli attori, dettare il ritmo delle scene, riscrivere continuamente ciò che dovrebbe accadere. In Ariel la natura non accoglie l’uomo: lo assorbe.

Patiño lavora ancora una volta sullo scarto tra corpo e voce. I personaggi parlano come se non fossero del tutto presenti, come se le parole arrivassero da un altrove indefinito. Questa dissociazione crea un senso di ipnosi costante. Gli attori sembrano medium più che interpreti, attraversati da un testo che li supera. Ariel, in questo senso, non è solo un personaggio, ma una condizione: essere voce senza peso, presenza senza forma stabile.

Il tempo nel film è circolare, rarefatto, quasi immobile. Le scene non si accumulano, si stratificano. Ogni momento sembra contenere tutti gli altri. È un cinema che rifiuta la progressione e abbraccia la sospensione, mettendo in crisi qualsiasi aspettativa narrativa tradizionale. Chi cerca sviluppo o conflitto resterà spiazzato; chi accetta l’abbandono troverà un’esperienza profondamente immersiva.

C’è una dimensione dichiaratamente esoterica, ma mai esibita. Ariel sembra interrogarsi sul potere della parola, sulla sua capacità di evocare mondi, di trasformare chi la pronuncia. Il teatro diventa una pratica magica arcaica, precedente alla distinzione tra arte e rituale. In questo senso, il film suggerisce che recitare non è fingere, ma aprire varchi.

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La regia è minimale, contemplativa, ma estremamente precisa. Ogni inquadratura sembra calibrata per favorire uno stato di trance visiva. Non c’è enfasi, non c’è climax. Tutto avviene in una zona di bassa intensità apparente, che però produce un effetto persistente, quasi ipnotico. Ariel non colpisce: permea.

È un film che parla di controllo e liberazione, ma senza mai nominarli. Prospero aleggia come figura invisibile del potere artistico, della regia stessa, mentre Ariel diventa l’emblema di un desiderio di dissoluzione, di fuga dalla forma. Patiño sembra interrogarsi sul cinema come atto di dominio e, allo stesso tempo, come possibilità di sparizione.

Ariel è un’opera radicale, indifferente a qualsiasi compromesso. Un film che chiede allo spettatore di rallentare, di ascoltare, di accettare il vuoto come spazio di senso. Non è un’esperienza per tutti, e non vuole esserlo. È un cinema che non si impone, ma che resta, come un’eco marina che continua a risuonare anche quando lo schermo è ormai nero.

By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

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