
Titolo originale: VampyrVidar
Paese di produzione: Norvegia
Anno: 2017
Durata: 83 min
Genere: Horror, Commedia, Drammatico, Fantastico
Regia: Thomas Aske Berg, Fredrik Waldeland
Sinossi: Vidar è un contadino norvegese di 33 anni, frustrato dalla monotonia della vita e soffocato da un’educazione cristiana rigidissima. Quando prega Gesù di concedergli un’esistenza più libera, la sua richiesta viene esaudita nel modo più assurdo: si risveglia trasformato in vampiro e viene trascinato nella Stavanger della trasgressione, del sesso e degli eccessi.
E se Dio decidesse finalmente di ascoltare le tue preghiere, ma avesse un senso dell’umorismo decisamente discutibile? Vidar Hårr ha trentatré anni, vive nella fattoria della madre, lavora duramente e trascorre le giornate intrappolato in un’esistenza che gli sta stretta come un vestito di due taglie più piccolo. È un uomo cresciuto nella religione, circondato da regole morali che gli hanno insegnato cosa sia giusto desiderare e cosa invece debba essere represso. Il problema è che Vidar desidera parecchio: sesso, alcol, donne, libertà, una vita meno miserabile di quella che gli è capitata. Non è esattamente un santo, ma nemmeno un diavolo consapevole. È un uomo frustrato che ha trasformato la propria insoddisfazione in risentimento, convinto che il mondo gli debba qualcosa. Così si rivolge a Gesù, chiedendo di essere liberato dalla routine e di poter finalmente vivere senza limiti. La risposta arriva, ma non attraverso una rivelazione mistica piena di luce e armonie celestiali: Vidar muore e ritorna come vampiro, principe delle tenebre nella città di Stavanger. Da qui VampyrVidar prende una strada completamente fuori dalle buone maniere, mescolando horror, commedia volgare, surrealismo religioso e un umorismo nero che non sembra conoscere il significato della parola moderazione. Il film di Thomas Aske Berg e Fredrik Waldeland non vuole raccontare la solita storia del vampiro elegante, aristocratico e irresistibile. Il suo protagonista è un disastro umano, impacciato, socialmente inadeguato, sessualmente frustrato e incapace di gestire persino le opportunità che tanto desiderava. La trasformazione soprannaturale non lo rende automaticamente più affascinante o più saggio: gli consegna una nuova identità senza risolvere il casino che si porta dentro. Ed è qui che la commedia trova il suo bersaglio migliore. Vidar vorrebbe essere libero, ma non sa davvero che cosa farsene della libertà. Vuole soddisfare ogni impulso, ma continua a ragionare attraverso le stesse frustrazioni che lo hanno reso infelice. Cambia il corpo, cambia la città, cambia persino la sua natura, eppure il prigioniero rimane sempre lo stesso.
La trovata più dissacrante del film è la presenza di Gesù, che accompagna Vidar nel suo nuovo percorso attraverso la città e gli mostra un volto decisamente lontano dall’immagine rassicurante del catechismo. Il sacro viene trascinato nel fango, la religione diventa materiale da commedia grottesca e il rapporto tra fede e desiderio si trasforma in una specie di terapia demenziale, fatta di tentazioni, situazioni assurde e umiliazioni. Ma sotto le bestemmie cinematografiche e le gag sessuali si nasconde una questione meno superficiale: che cosa succede quando una persona costruisce tutta la propria identità attorno alla repressione e poi, improvvisamente, ottiene il permesso di trasgredire? Vidar non ha imparato a desiderare in modo consapevole; ha soltanto imparato a considerare il desiderio qualcosa che gli viene negato. Per questo rischia di confondere la libertà con il consumo compulsivo di tutto ciò che prima gli era proibito. Donne, sesso, alcol e immortalità diventano promesse di riscatto, quasi fossero prodotti finalmente accessibili dopo una vita di privazioni. Ma l’appetito non è una filosofia e la soddisfazione immediata non è necessariamente emancipazione. Il film prende in giro l’educazione religiosa repressiva, ma non si limita a proclamare che il peccato sia una forma di libertà. Mostra anche quanto possa essere patetico un uomo che attribuisce agli altri la responsabilità della propria infelicità e immagina che il mondo gli debba concedere tutto ciò che desidera. In Vidar c’è qualcosa del maschio frustrato che trasforma il proprio insuccesso sentimentale in una colpa altrui, come se le donne fossero ricompense distribuite ingiustamente e non persone con desideri e volontà proprie. La sua fame di sesso si mescola così a una fame di riconoscimento: non vuole soltanto vivere esperienze, vuole smettere di sentirsi l’ultimo degli esclusi. Ed è una distinzione fondamentale, perché puoi concedere a qualcuno ogni possibilità di trasgredire senza riuscire a guarire il rancore che si porta dentro. Il vampirismo diventa allora una metafora particolarmente adatta. Il vampiro è una creatura che cerca negli altri ciò che sente di non possedere, che consuma la vita altrui per sostenere la propria esistenza. Vidar cambia condizione, ma rischia di continuare a vivere attraverso la stessa logica: prendere, pretendere, soddisfare il bisogno immediato. Il film non sviluppa sempre queste intuizioni con la stessa finezza, e la sua comicità può diventare infantile, volutamente sgradevole e persino misogina nella rappresentazione di alcune situazioni. Non tutto ciò che è trasgressivo è automaticamente intelligente, e non ogni provocazione riesce a colpire il bersaglio che si era prefissata. Ma dietro l’eccesso esiste un personaggio tragicamente riconoscibile: un uomo che ha aspettato una trasformazione miracolosa senza comprendere che nessuna creatura soprannaturale può liberarlo dal proprio modo di pensare.
Dal punto di vista estetico, VampyrVidar possiede quella ruvidità indipendente che può diventare un limite produttivo oppure una forma di identità. Il budget ridotto si percepisce, ma il film non cerca di mascherare ogni imperfezione sotto una patina artificiale. Alterna momenti grotteschi, immagini surreali, improvvise esplosioni horror e canzoni dal tono malinconico, creando un contrasto bizzarro tra la brutalità delle situazioni e una specie di tristezza di fondo. La musica composta da Thomas Aske Berg contribuisce a questa atmosfera straniante, mentre la dimensione provinciale e religiosa dell’ambientazione norvegese offre un terreno fertile per la satira. Stavanger non diventa semplicemente una città del peccato da cartolina: è lo spazio in cui le fantasie represse di Vidar si scontrano con una realtà molto meno gloriosa di quella che si era immaginato. L’horror convive con la commedia senza cercare sempre un equilibrio elegante, e alcune sequenze puntano deliberatamente sul disgusto, sull’imbarazzo e sull’eccesso. La narrazione, soprattutto nella seconda parte, perde in alcuni momenti la compattezza iniziale e sembra inseguire le proprie provocazioni invece di approfondire le conseguenze della trasformazione. Eppure questa irregolarità appartiene anche al carattere dell’opera: VampyrVidar non ha la compostezza del cinema industriale e non cerca di trasformare ogni idea in un prodotto perfettamente levigato. È una piccola creatura indipendente, volgare, bizzarra e a tratti sorprendentemente malinconica, che usa il mito del vampiro per prendere a morsi la repressione religiosa, il maschilismo frustrato e la cultura del consumo. Non siamo davanti a una rivoluzione filosofica, né a un capolavoro nascosto che cambierà per sempre il genere. Siamo davanti a un horror-comedy con una personalità riconoscibile, capace di alternare intuizioni feroci e momenti che sembrano usciti da una serata troppo lunga e troppo alcolica. Ma la sua idea centrale rimane efficace: puoi diventare immortale, puoi liberarti dalle vecchie regole, puoi attraversare la notte senza temere la morte; se continui a considerare il mondo responsabile della tua insoddisfazione, resterai comunque schiavo. La vera maledizione di Vidar non è avere i canini, bere sangue o essere diventato il principe delle tenebre. È credere che una nuova vita debba necessariamente compensarlo per tutte le occasioni che pensa di aver perso. E forse è proprio questa la bestemmia più interessante del film: non l’idea che Dio possa trasformarti in un vampiro, ma il sospetto che persino il diavolo, dopo averti concesso tutto ciò che desideravi, possa guardarti e domandarsi perché tu sia ancora così miserabile.

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