THE PINK CLOUD (SubENG)

Titolo originale: A Nuvem Rosa
Paese di produzione: Brasile
Anno: 2021
Durata: 105 min
Genere: Drammatico, Fantascienza
Regia: Iuli Gerbase

Sinossi: Una misteriosa nube rosa compare improvvisamente nel cielo e uccide chiunque ne venga a contatto. Giovana e Yago, che si sono appena conosciuti, rimangono intrappolati nell’appartamento di lei e sono costretti a trasformare un incontro occasionale in una convivenza senza fine. Mentre il mondo esterno diventa irraggiungibile, anche il loro rapporto comincia lentamente a cambiare.

La cosa veramente inquietante di The Pink Cloud è che Iuli Gerbase ha scritto la sceneggiatura nel 2017 e girato il film nel 2019. Poi è arrivato il 2020 e improvvisamente quella che sembrava fantascienza è diventata quasi una barzelletta cosmica di pessimo gusto. Una nube rosa mortale scende sulle città, tutti devono chiudersi in casa e nessuno sa quando potrà uscire di nuovo. Televisione, consegne, videochiamate, isolamento, ansia, noia, rapporti umani compressi dentro quattro mura. Sembra il nostro passato recente, solo che qui il virus è una nuvola color confetto e almeno possiede il buon gusto di essere visivamente interessante. Ma la cosa intelligente è che Gerbase non è interessata a spiegare la nube. Non sappiamo veramente cosa sia, da dove venga, perché sia comparsa, né come funzioni il mondo al di fuori della piccola bolla nella quale vivono i protagonisti. E meno male. Perché The Pink Cloud non è un film sulla nube. La nube è soltanto il gigantesco dito medio dell’universo puntato contro la nostra illusione di controllo. Il vero esperimento riguarda due persone che si conoscono appena e vengono improvvisamente costrette a vivere insieme per un tempo indefinito. Giovana e Yago non sono una coppia destinata a stare insieme. Si sono conosciuti la sera prima, hanno fatto sesso e il giorno dopo avrebbero dovuto semplicemente tornare alle loro vite. Invece il mondo finisce e loro restano lì. Una situazione che all’inizio potrebbe persino sembrare romantica: nessun lavoro, nessun traffico, nessun obbligo sociale, nessun mondo esterno a rompere le palle. Soltanto loro due. Una specie di paradiso domestico. Il problema è che il paradiso, quando non puoi più uscirne, comincia rapidamente ad assomigliare a una prigione.

Ed è qui che il film diventa molto più cattivo di quanto sembri. Perché Gerbase prende la fantasia della fuga dal mondo e la ribalta completamente. Quante volte abbiamo immaginato di mollare tutto, sparire, chiuderci in casa, vivere soltanto per noi stessi? Bene: eccoti servito. Niente più società. Niente più appuntamenti. Niente più colleghi. Niente più obblighi. Nessun estraneo che possa entrare nella tua vita. Soltanto il tuo spazio privato. E dopo un po’ scopri una cosa abbastanza spiacevole: l’essere umano ha bisogno anche di ciò da cui cerca continuamente di fuggire. Giovana e Yago diventano così una specie di laboratorio vivente. Il loro rapporto passa dall’eccitazione alla complicità, dalla complicità alla routine, dalla routine alla dipendenza, dalla dipendenza alla frustrazione. Il tempo perde consistenza. I giorni diventano settimane, le settimane mesi, i mesi anni. Il futuro smette di essere un punto davanti a loro e diventa una cosa quasi mitologica. Il passato invece diventa una droga. Giovana soprattutto sembra incapace di accettare la sostituzione del mondo reale con quello domestico. E qui il film centra qualcosa di terribilmente umano: non ci manca soltanto ciò che abbiamo perso. Ci manca la possibilità di poterlo perdere di nuovo. La libertà non è semplicemente poter uscire dalla porta. È sapere che puoi farlo. Quando quella possibilità scompare, anche una stanza enorme può diventare minuscola. Ed è proprio questa la prigione più sofisticata che Gerbase costruisce: non servono sbarre quando puoi convincerti che non esiste più un fuori. Yago reagisce in maniera diversa. Si adatta, costruisce rituali, accetta progressivamente la nuova normalità. Ed è qui che il film introduce una domanda perfida: quanto tempo serve perché una situazione assurda smetta di sembrarci assurda? Una settimana? Un mese? Un anno? Una vita? Il cervello umano è un animale incredibilmente bravo ad adattarsi all’inaccettabile. Può trasformare una tragedia in una routine e una prigione in una casa. Può persino costruirsi una felicità dentro l’apocalisse, purché l’apocalisse duri abbastanza a lungo.

La nube rosa diventa quindi una metafora gigantesca della società contemporanea, ma senza bisogno di appiccicarle addosso un significato unico. È contemporaneamente catastrofe, isolamento, paura, dipendenza tecnologica, crisi della relazione, perdita del corpo sociale e trasformazione del concetto stesso di casa. La cosa geniale è che fuori dalla finestra continua a esistere un mondo che i protagonisti possono vedere ma non possono toccare. È lì, vicinissimo e irraggiungibile. Il paesaggio diventa una fotografia della libertà perduta. E più passa il tempo, più gli schermi diventano finestre alternative: videochiamate, videogiochi, realtà virtuale, immagini di luoghi nei quali non si può più andare. La tecnologia diventa contemporaneamente ponte e anestetico. Ti permette di vedere il mondo mentre ti abitua a non viverlo. Ed è forse qui che The Pink Cloud, scritto prima della pandemia reale, diventa quasi profetico in maniera disturbante. Non perché abbia previsto il Covid nei dettagli, ma perché aveva intuito qualcosa di più profondo: che una società tecnologica può sopravvivere anche quando il contatto umano viene drasticamente ridotto, e che gli esseri umani possono essere lentamente educati a sostituire l’esperienza con la sua simulazione. Giovana arriva perfino a cercare rifugio nella realtà virtuale, preferendo mondi artificiali a quello che ormai non può più raggiungere. E allora la nube non è più soltanto qualcosa che uccide chi sta fuori. È qualcosa che modifica chi resta dentro. Questo è l’aspetto veramente disturbante. Il pericolo non è soltanto morire. È sopravvivere abbastanza a lungo da diventare qualcun altro. The Pink Cloud non ha bisogno di esplosioni, eserciti o mostri. Gli basta osservare due persone in una stanza mentre il tempo passa. Ed è proprio questa immobilità a renderlo stranamente angosciante. Non c’è una grande rivelazione finale che sistema tutto. Non c’è il professore che arriva con la lavagna spiegando la composizione chimica della nube. Non c’è il supereroe che salva l’umanità. C’è soltanto la vita che continua a modificarsi sotto condizioni assurde. E forse è questa la fantascienza più bastarda: non quella che ci mostra il futuro, ma quella che prende la nostra normalità, sposta una sola variabile e ci fa vedere quanto velocemente possiamo diventare irriconoscibili. La nube è rosa, quasi tenera, quasi infantile. Il colore perfetto per qualcosa che dovrebbe sembrare innocuo. Ma sotto quel rosa c’è la morte. Un po’ come certe idee rassicuranti della nostra epoca: comodità, connessione, sicurezza, controllo. Finché funzionano sono bellissime. Poi basta cambiare una condizione e scopri che la gabbia era già costruita. The Pink Cloud è un film piccolo, claustrofobico e volutamente imperfetto, ma ha una qualità rara: non cerca di raccontarti la fine del mondo. Ti mostra come il mondo può finire lentamente dentro una persona. E quando alla fine guardi quella nube rosa sospesa nel cielo, la domanda non è più “come facciamo a liberarci?”. È molto peggio: se domani la porta si aprisse davvero, sapremmo ancora come uscire?

Condividi il tuo amore
By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

ULTIMI FILM