ODYSSEY (SubENG)

Titolo originale: Odyssey
Paese di produzione: Regno Unito
Anno: 2025
Durata: 110 min.
Genere: Drammatico, Thriller
Regia: Gerard Johnson

In una Londra notturna e stratificata, un uomo ai margini attraversa una serie di incontri e situazioni sempre più ambigue, mentre un passato irrisolto torna a esercitare una pressione silenziosa ma costante. Il suo percorso assume i contorni di una deriva interiore, in cui realtà e percezione iniziano a sovrapporsi, fino a rendere indistinguibile ciò che accade da ciò che viene ricordato o immaginato. 

Recensione:
Ci sono film che raccontano una discesa, e poi ci sono film che la simulano al punto da rendere impossibile distinguere il movimento narrativo da quello percettivo. Odyssey di Gerard Johnson appartiene a questa seconda categoria, ma con una differenza sottile e decisiva: non scende mai davvero. Rimane sospeso, come se la caduta fosse continuamente rimandata, differita, trattenuta in una zona intermedia dove il tempo perde direzione e lo spazio si riduce a una serie di passaggi, corridoi, soglie.

Il protagonista non è un eroe, né un anti-eroe nel senso canonico. È piuttosto una presenza consumata, una figura che sembra già arrivata oltre il punto in cui le scelte producono conseguenze leggibili. Non si muove per raggiungere qualcosa, ma per evitare — evitare un ricordo, evitare una responsabilità, evitare quella forma di chiarezza che renderebbe tutto definitivamente irreversibile. In questo senso, Odyssey non è il racconto di un viaggio, ma di una fuga immobile. Ogni passo in avanti coincide con un ritorno, ogni deviazione con una ripetizione. Il movimento esiste, ma non porta da nessuna parte.

Johnson costruisce il film come un sistema chiuso, quasi ermetico, in cui gli elementi non si sviluppano ma si rifrangono. Le situazioni non evolvono: si deformano. Un incontro non apre nuove possibilità, ma modifica retroattivamente il senso di ciò che è già accaduto. È un cinema che lavora per risonanza più che per progressione, e questo produce una sensazione costante di instabilità. Non sappiamo mai se stiamo assistendo a un evento o alla sua eco.

La città — una Londra ridotta a superficie notturna, attraversata più che abitata — è il vero dispositivo del film. Non è uno sfondo, ma una struttura che assorbe e restituisce. Le luci artificiali, i riflessi, gli interni anonimi, gli spazi di transito, tutto contribuisce a creare un ambiente che non accoglie mai completamente, ma neppure respinge in modo netto. È una città che trattiene, che sospende, che impedisce la chiusura. E in questa sospensione si consuma la deriva del protagonista, che sembra muoversi all’interno di un circuito già tracciato, incapace di trovare una via d’uscita proprio perché non esiste un vero punto di partenza.

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C’è qualcosa di profondamente sensoriale nel modo in cui Odyssey costruisce la propria tensione. Non è il tipo di thriller che accumula indizi per arrivare a una rivelazione finale; è piuttosto un’esperienza che lavora sulle percezioni minime, sugli scarti impercettibili tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di aver visto. Uno sguardo che si prolunga oltre il necessario, una frase che sembra alludere a qualcosa che non viene mai esplicitato, una presenza che appare familiare senza esserlo davvero: sono questi i veri motori del film.

Il tempo, poi, è trattato in modo quasi liquido. Non scorre, ma ristagna, si accumula, ritorna su se stesso. Ci sono momenti in cui si ha l’impressione che il protagonista stia rivivendo varianti dello stesso segmento esistenziale, senza mai riuscire a modificarne l’esito. Non è un loop dichiarato, non è un meccanismo narrativo esplicito: è una sensazione. E proprio per questo risulta più disturbante, perché non offre appigli logici a cui aggrapparsi.

In questo contesto, il passato non è mai realmente passato. Non appare come flashback ordinato, come ricordo delimitato. È una pressione continua, un rumore di fondo che altera ogni presente. Il protagonista non può confrontarsi con ciò che è stato perché ciò che è stato non ha mai smesso di accadere. Esiste ancora, ma in una forma diffusa, indistinta, infiltrata nel tessuto stesso della realtà. E il film, invece di chiarire, insiste su questa ambiguità, la alimenta, la rende il proprio principio organizzativo.

La violenza, quando emerge, non ha mai la funzione liberatoria che spesso le viene attribuita nel cinema di genere. Non risolve, non chiarisce, non ristabilisce un ordine. È un’interruzione, un picco che subito dopo lascia spazio a un vuoto ancora più difficile da colmare. Johnson sembra interessato non tanto all’atto violento in sé, quanto alla sua incapacità di produrre senso. Anche qui, tutto resta sospeso.

Uno degli elementi più affascinanti — e al tempo stesso più respingenti — di Odyssey è il suo rifiuto di offrire coordinate morali stabili. Non c’è una distinzione netta tra colpa e innocenza, tra vittima e carnefice. Le figure che attraversano il film appaiono tutte, in qualche modo, compromesse, opache, difficili da leggere. Non perché manchino informazioni, ma perché ogni informazione sembra immediatamente insufficiente, come se appartenesse a un sistema interpretativo ormai inadeguato.

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In questo senso, il film si avvicina più a una forma di indagine esistenziale che a un racconto criminale. Non si tratta di capire “cosa è successo”, ma di confrontarsi con l’impossibilità di arrivare a una versione definitiva dei fatti. La verità, se esiste, non è accessibile. E forse non è nemmeno il punto. Ciò che conta è il modo in cui l’assenza di verità strutturata modifica il comportamento, le relazioni, la percezione di sé.

Formalmente, Johnson adotta una regia che evita ogni eccesso, ogni gesto dichiarativo. Non ci sono virtuosismi evidenti, non c’è una ricerca di stile che voglia imporsi come tale. Eppure tutto è estremamente controllato. Ogni inquadratura sembra calibrata per sottrarre piuttosto che aggiungere, per lasciare zone d’ombra invece che riempirle. È un cinema che si fida del vuoto, che lo usa come elemento attivo, come spazio in cui lo spettatore è costretto a proiettare, a dubitare, a perdersi.

Il risultato è un’esperienza che può risultare frustrante per chi cerca una narrazione chiusa, una direzione chiara, una risoluzione. Odyssey non offre nulla di tutto questo. Non perché non sia in grado, ma perché non è interessato. Il suo obiettivo non è raccontare una storia nel senso tradizionale, ma creare uno stato mentale. E in questo stato mentale, la logica lineare perde valore, mentre acquista importanza tutto ciò che normalmente verrebbe considerato marginale: le pause, i silenzi, le ambiguità.

Alla fine, ciò che resta è una sensazione di sospensione prolungata, quasi una stanchezza percettiva. Come se il film avesse lentamente eroso la nostra fiducia nella possibilità di comprendere pienamente ciò che vediamo. Non c’è una rivelazione finale che rimetta ordine. C’è, semmai, una consapevolezza più sottile e inquietante: che forse l’ordine non c’è mai stato.

Odyssey è un film che non accompagna lo spettatore, non lo guida, non lo protegge. Lo lascia dentro un territorio incerto, dove ogni tentativo di orientamento produce solo nuove domande. È un cinema che non chiede adesione, ma resistenza. E proprio in questa richiesta — silenziosa, ostinata — trova la sua forma più autentica.

By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

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