
Titolo originale: H. P. Lovecraft: Schatten aus der Zeit
Paese di produzione: Germania Ovest
Anno: 1975
Durata: 73 minuti
Genere: Fantascienza, Horror, Drammatico
Regia: George Moorse
Sinossi:
Un uomo inizia a soffrire di improvvisi blackout mentali durante i quali perde completamente il controllo di sé. Al risveglio, scopre di aver scritto testi incomprensibili in lingue sconosciute e di essere perseguitato da visioni di civiltà antichissime. Gradualmente emerge la verità: la sua mente è stata occupata da entità provenienti da un passato remoto, appartenenti a una razza extraterrestre che ha colonizzato la Terra milioni di anni prima dell’umanità. Il confine tra identità personale e memoria cosmica si dissolve, trascinando il protagonista in una crisi irreversibile.
Recensione:
H. P. Lovecraft: Schatten aus der Zeit non è un film horror nel senso convenzionale del termine. È piuttosto un esperimento mentale, un oggetto filmico che tenta l’impresa quasi impossibile di tradurre in immagini uno dei concetti più astratti e disturbanti dell’opera lovecraftiana: l’annientamento dell’io di fronte all’infinità del tempo e del cosmo.
George Moorse non cerca mai di “spaventare” lo spettatore. Non ci sono mostri, né climax tradizionali, né momenti di tensione costruiti secondo le regole del genere. Il terrore qui è interiore, silenzioso, logorante. È il terrore di scoprire che la propria coscienza non è unica, che il corpo è solo un contenitore temporaneo, che la memoria non appartiene all’uomo ma a qualcosa di infinitamente più antico e indifferente.
Il film lavora per sottrazione. Le immagini sono sobrie, quasi ascetiche, dominate da interni spogli, archivi, biblioteche, spazi mentali più che fisici. La narrazione procede come una lenta presa di coscienza, frammentata, ellittica, spesso volutamente opaca. Moorse sembra più interessato a riprodurre la sensazione della perdita di controllo che a raccontare una storia in senso classico.
Il tempo è il vero antagonista del film. Non il tempo lineare, ma il tempo geologico, cosmico, stratificato. L’idea che milioni di anni possano essere compressi in un istante di coscienza è resa attraverso una messa in scena che dissolve continuamente il presente, facendolo apparire fragile, provvisorio, quasi illusorio. Il protagonista non è perseguitato da entità esterne, ma dal sospetto che la sua identità sia solo una parentesi.
L’adattamento è sorprendentemente fedele allo spirito di Lovecraft, pur prendendosi libertà formali radicali. Dove altri avrebbero cercato di visualizzare l’orrore, Moorse sceglie di suggerirlo attraverso il linguaggio, i documenti, le parole scritte. La conoscenza diventa il vero veicolo dell’orrore. Più il protagonista comprende, più si avvicina alla dissoluzione.
C’è un senso costante di estraniamento, amplificato da una recitazione volutamente contenuta, quasi spenta. I personaggi parlano come se fossero già distanti da sé stessi, come se la loro presenza nel mondo fosse un’abitudine e non una certezza. Questo stile può risultare ostico, ma è perfettamente coerente con il tema centrale: l’insignificanza dell’essere umano.
Il film riflette anche sul rapporto tra scienza e follia. Le scoperte archeologiche, i testi antichi, le teorie cosmiche non portano illuminazione, ma disintegrazione. La conoscenza non salva, corrode. In questo senso, Schatten aus der Zeit è profondamente pessimista, quasi nichilista. Non esiste redenzione, né ritorno a una normalità precedente. Una volta aperta la porta della memoria cosmica, non può più essere chiusa.
Visivamente, l’opera è minimalista ma precisa. Ogni inquadratura sembra studiata per evitare qualsiasi enfasi superflua. Non c’è spettacolo, non c’è compiacimento. Anche gli elementi più “fantastici” sono trattati come dati, come reperti, come indizi di qualcosa che eccede la comprensione umana. È un cinema che chiede allo spettatore di lavorare, di colmare i vuoti, di accettare l’ambiguità.
Il ritmo è lento, a tratti ipnotico. Non è un film che concede appigli emotivi facili. Richiede attenzione, pazienza, disponibilità a perdersi. Ma proprio in questa difficoltà risiede la sua forza. H. P. Lovecraft: Schatten aus der Zeit non vuole essere amato, vuole essere interiorizzato come un’idea scomoda.
Alla fine, ciò che resta non è una storia, ma una sensazione persistente: quella di essere ospiti temporanei in un universo che ci precede e ci sopravvivrà senza accorgersi della nostra esistenza. Un film che non urla, non colpisce, non seduce. Scava lentamente, come una memoria antica che riaffiora contro la nostra volontà.
