
Titolo originale: Chimeegüi khotyn jolooch
Paese di produzione: Mongolia
Anno: 2024
Durata: 96 min
Genere: Drammatico
Regia: Janchivdorj Sengedorj
Già vincitore del premio come miglior film alle ultime Black Nights di Tallinn, arriva in prima italiana al Far East 2025 Silent City Driver, sedicesimo personale lungometraggio con cui il regista mongolo Janchivdorj Sengedorj sceglie questa volta di mettere in scena una Ulan Bator cupa e cimiteriale, in cui l’incontro fra le diverse solitudini dei personaggi nient’altro può essere che una piccola e disperata increspatura fra le ruvide superfici della vita, della morte e della disperazione. Uno slow cinema pienamente autoriale, rarefatto, filosofico, contemplativo, tormentato, umanissimo, attraverso il quale interrogarsi sul dolore e sull’espiazione.
Come un cammello in una grondaia
La narrazione ruota attorno a Myagmar, un giovane ex detenuto che dopo 14 anni di carcere si ritrova da solo – sua madre, unica sua parente, è morta mentre lui era in carcere. L’esperienza carceraria ha lasciato segni profondi su Myagmar: ossessionato dal senso di colpa per il crimine commesso, in carcere ha perso la capacità di comunicare con il prossimo, si è ammalato di insufficienza renale, è stato abusato e violentato. L’unica compagnia che Myagmar sembra in grado di tollerare è quella di un branco di cani randagi, con i quali condivide la sua abitazione e dei quali si prende quotidianamente cura. Occasionali incontri sessuali non fanno che aumentare il suo senso di solitudine. In questa situazione, l’unico lavoro che il giovane riesce a trovare è quello di autista in una ditta di pompe funebri, dove entra in contatto con un giovane monaco buddhista che celebra i funerali e con un anziano artigiano cieco che costruisce i feretri. Attraverso il rapporto con queste due persone che sembrano possedere una saggezza innata, Myagmar comincia a riconciliarsi gradualmente con il mondo, ma l’incontro con Saruul – la giovane figlia dell’artigiano cieco che ogni sera dopo aver accompagnato il padre a casa esce di nascosto dalla finestra per andare a passare la notte nel quartiere della vita notturna – lo riporta nell’abisso della disperazione… [sinossi]
«Sache que ce cœur exsangue
Pourrait un jour s′arrêter
Si comme un boomerang
Tu ne reviens pas me chercher
Peu à peu, je me déglingue
Victime de ta cruauté»
Serge Gainsbourg, Comme un boomerang
C’è un momento ben preciso in cui Silent City Driver, cupo ed esistenziale ritorno dietro alla macchina da presa con cui lo scrittore, autore teatrale e regista mongolo Janchivdorj Sengedorj immerge il proprio cinema fra gli abissi più lancinanti del dolore, riesce definitivamente a sfumare il confine fra la vita e la morte. Gli è sufficiente una lentissima e inizialmente quasi impercettibile panoramica verso il basso, da sopra fino a sotto l’orizzonte dello specchio d’acqua del lago notturno, mentre le figure umane diventano anime inquiete irrimediabilmente capovolte fra le increspature e le fronde dell’albero sotto cui stanno cercando un impossibile rifugio dalla propria angoscia, nel cambio altrettanto graduale di colore dell’unica fonte di luce nella notte dal violetto fino al giallo ocra, sembrano quasi diventarne il groviglio inestricabile delle radici. Forse l’immagine in assoluto più magmatica e affascinante fra le tante di un film che, nelle sue raffinatissime dilatazioni e nei suoi lunghi silenzi che non sono in alcun modo meno significativi delle (non moltissime) parole pronunciate, trasuda incessantemente istanti di grande cinema. Con una regia apparentemente in pura sottrazione e invece profondamente stratificata tanto nelle ambizioni e negli assunti quanto nei riferimenti visivi, nei guizzi linguistici, nei possibili sguardi e nella spaventosa eleganza delle intuizioni formali che si ibridano in un immaginario perfettamente coerente e disperatissimo, in cui il tempo sembra rimanere sospeso ed è al contempo doloroso ma semplicemente impossibile distogliere gli occhi dal sublime insostenibile dello schermo. Fra le luci colorate che trasfigurano i primissimi piani notturni come i neon di Wong Kar-wai e il riecheggiare della Zona tarkovskiana (ma anche delle figure nel paesaggio di Lav Diaz, e forse ancor di più delle mura scrostate nichiliste di Béla Tarr) negli insistiti campi lunghi più oscuri e polverosi su una Ulan Bator forse mai così cimiteriale e desolante, e poi ancora fra le oscure zone d’ombra di una palette cromatica il più possibile ridotta all’osso, le periodiche e spesso diegetiche deflagrazioni a tutto volume della struggente malinconia di Comme un boomerang di Serge Gainsbourg, gli sguardi silenziosi e intensi che si inumidiscono dietro al volante come già nell’Hamaguchi di Drive My Car, i respiri e il rumore della terra che dicono più di qualsiasi possibile dialogo, la prolessi che apre la narrazione per poi tornare indietro a rivivere l’illusione e il trauma, e non certo in ultimo lo straordinario utilizzo del fuori campo quando la macchina da presa rimane per ben tre volte in pianosequenza fuori dalle finestre dell’hotel, lasciando all’audio e allo scorrere del tempo del dolly, ma soprattutto alle aspettative dello spettatore, il compito di immaginare ciò che non è in alcun modo necessario vedere per capire.
Del resto è apertamente simbolico e poetico fin dalla sua prima inquadratura, Silent City Driver. Con quel cucciolo di cammello orfano che appare dal nulla – solo e disperato proprio come il protagonista Myagmar, appena uscito dal carcere e totalmente smarrito fra il deperimento fisico e mentale dei quattordici anni passati nella disumanità di un non-luogo, l’incomunicabilità e individualismo isolante della società in cui rientra, il senso di colpa che non lo ha mai abbandonato e la completa mancanza di affetti – in una squallida pensilina di una fermata d’autobus di periferia, e che non certo per caso ritornerà per addolcire il tragico, inevitabile e potentissimo finale come una pennellata di realismo magico sull’unica possibile liberazione. Così come pure sono intrinsecamente simbolici gli elementi narrativi di un film che non smette mai di cercare un senso filosofico e spirituale nella vita e nella morte, fra le giornate di lavoro che il protagonista passa al volante di un carro funebre e quei nascenti, differenti e magari anche morenti rapporti umani che in realtà nient’altro sono che l’incontro di quattro diverse parabole di solitudine. Ci sono le bare «più morbide della seta» costruite e testate dal saggio artigiano cieco, e c’è la bellezza sfuggente di quella sua figlia da sempre orfana di madre e ora vittima di ricatti per i suoi segreti notturni. Così come c’è la maglia del Manchester United seconda e vitale Fede che il giovanissimo e illuminato monaco porta sempre sotto la tunica arancione con cui celebra i funerali, e c’è il suo personale ricordo della solitudine, così simile a quella del carcere, nei suoi lunghi anni passati nel monastero in Tibet. Ci sono le lacrime che Myagmar non riesce a trattenere alle esequie degli sconosciuti, c’è un furgone che sussulta del suo desolante sesso occasionale con un uomo rimorchiato a un tavolo da biliardo, e c’è la sua volontaria ricerca di una rissa in cui essere picchiato e quindi ancora una volta punito per espiare ancora una volta quella colpa per cui ha passato quasi metà della sua vita in galera. Ci sono i corpi nudi di uomini e di donne morti sui tavoli dell’obitorio oppure a galla nel fiume, e ci sono i corpi nudi di uomini e di donne vivi che dalla stessa acqua emergono a risvegliare un sentimento che non è vero e proprio amore e forse nemmeno reale desiderio, ma un’appartenenza pura e profondissima fra due anime dilaniate dalla medesima sofferenza, dalla crudeltà del mondo esterno e dalla crudeltà della sua privazione.
Pure i cani randagi di cui Myagmar (e di certo non per caso dovendo maneggiare la carne morta con cui nutrirli) si prende cura, in fondo, nient’altro sono che il corrispettivo di un uomo metaforicamente ridotto a cane randagio; quella balbuzie con cui difficoltosamente rompe i suoi profondi silenzi non possono che accentuare l’incomunicabilità e la sofferenza di chi ha bisogno di ritornare all’umano ma trova solo porte chiuse su cui sbattere, e pure la dialisi a cui è periodicamente costretto dalla sua insufficienza renale, doloroso ricordo delle sevizie carcerarie quando costretto a soddisfare le voglie del mostro di turno, ogni volta evoca tanto l’orrore che può essere la vita quanto la presenza sempre dietro all’angolo della morte. Un pessimismo esistenziale da qualche parte fra Cioran e le dottrine di sofferenza e impermanenza del buddismo che Janchivdorj Sengedorj, ben lontano dall’ironia e dai toni scanzonati del suo precedente The Sales Girl, cristallizza questa volta in uno slow cinema d’autore rarefatto e contemplativo quanto filosofico e tormentato, già premiato come miglior film all’ultimo Tallinn Black Nights Film Festival e ora visione forse dal respiro non esattamente popolare ma di gran lunga fra le più appaganti del 27mo Far East di Udine, nella quale l’intera vita terrena può rivelarsi un interminabile atto di dolore, e la disperata ricerca della saggezza di una guida spirituale e della sincerità di un sentimento – magari illusori e temporanei, eppure lo stesso più che sufficienti per ritrovare (e poi ri-perdere) almeno un barlume di speranza – nient’altro sono che l’unico possibile conforto, l’unico modo per non rassegnarsi, l’ultimo possibile appiglio per continuare a (soprav)vivere. Anche a costo, magari, di diventare il definitivo sprofondare nella tragedia, nell’angoscia, nella disperazione, nella rabbia. Nell’oscurità. Nelle più estreme conseguenze. Fino a quando il senso di colpa non potrà che lasciare spazio al sentimento di vendetta, o forse per meglio dire a una giustizia magari sommaria e indubbiamente distorta eppure in definitiva l’unica possibile, in cui il senso dell’esistenza e del sacrificio passano inevitabilmente da un castigo che è un nuovo delitto per cui pretendere e volontariamente autoinfliggersi un nuovo, definitivo castigo. Un ulteriore fardello che però questa volta è alleggerito dalla consapevolezza di avere finalmente dato un senso alla (propria) vita consacrandola a un atto d’amore, in attesa dell’ultima e definitiva unione dei corpi e delle anime, forse per sempre insieme da qualche altra parte, forse pronti a reincarnarsi in qualche altra forma, o nella più agnostica delle ipotesi per sempre insieme nel nulla. In ogni caso (per) sempre vicini.
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