
Titolo originale: Junk World
Titolo Internazionale: Junk World
Paese di produzione: Giappone
Anno: 2025
Durata: 104 min.
Genere: Animazione, Fantascienza, Grottesco, Visionario, Sperimentale
Regia: Takahide Hori
SINOSSI:
Mille anni prima delle peripezie del cyborg smemorato di “Junk Head”, il mondo sotterraneo è un campo di battaglia per la sopravvivenza biologica e spirituale. In un’epoca di tregua armata tra gli ultimi umani e i Mulligan — cloni senzienti nati dalla servitù — una missione diplomatica precipita nel caos. La comandante Torys (detta Triss), il suo fedele robot Robin e il disertore Mulligan Dante vengono braccati dalla setta Gyura, fanatici estremisti che vedono nel dolore l’unica via di purificazione. La scoperta di distorsioni spazio-temporali nella città di Kaapvaal trasforma la fuga in un’odissea multidimensionale: Robin, sbalzato nel passato, diventa un architetto dell’esistenza, manipolando secoli di storia per garantire un unico, disperato futuro.
RECENSIONE:
Takahide Hori non è un regista, è un demiurgo che opera nel fango. “Junk World” è il compimento di un disegno che definire ambizioso è riduttivo: è una cosmogonia meccanica. Abbandonata la linearità picaresca del primo capitolo, Hori ci scaraventa in un loop temporale che sa di rituale gnostico. C’è una verità che scotta dietro i fotogrammi di questa stop-motion: l’idea evolutiva che il tempo non sia un nastro, ma un materiale plasmabile dalla volontà di chi ha il coraggio di farsi Dio.
Robin, il robot, non è una semplice IA; è l’osservatore consapevole che, bloccato nel passato, decide di accelerare l’evoluzione attraverso il conflitto. Qui emerge il cuore pulsante e complottista dell’opera: la storia non avviene per caso, è “diretta” da un’intelligenza che sfrutta le disuguaglianze e le guerre come catalizzatori tecnologici. È una visione spietata ma lucida: il progresso richiede sangue e Robin, nella sua onniprepotenza temporale, non esita a versarlo. I cultisti Gyura, con i loro corpi martoriati e le loro mutazioni shibari, sono il riflesso di un’umanità che ha perso il centro e cerca nel sacro orrore una nuova identità.
Filosoficamente, il film esplora il concetto di “eterno ritorno” in salsa cyberpunk-organica. Hori espande il set dai corridoi claustrofobici a orizzonti desertici e città mutanti, mantenendo quella grana tattile, quel senso di “sporco necessario” che rende il suo cinema unico. Le creature — dai gatti dal volto umano ai mostri con vagine al posto della testa — non sono gratuiti grotteschi, ma archetipi di una biologia che ha rinunciato alla forma per sopravvivere alla radiazione dello spirito. “Junk World” ci sussurra che la nostra realtà potrebbe essere solo uno dei tanti tentativi falliti di un Robin del passato. Siamo spazzatura che sogna di essere eterna, racchiusa in una scatola di metallo che qualcuno, millenni fa, ha deciso di chiudere a chiave per vedere se fossimo capaci di scassinarla.
