
Un’importante pietra angolare della psiche profonda della gente ligure è il terrore delle proprie origini: i monti. Seppur legati geneticamente all’impervia situazione d’altura, dove rimane ormai solo natura, agriturismi e case abbandonate in piccoli borghi, molti liguri farebbero carte false pur di evitare di passarci una notte senza la possibilità di scendere a valle.
È lì che trovai lavoro in una piccola comunità psichiatrica, dove famiglie imbarazzate parcheggiavano i parenti scomodi, quelli segnati dall’eroina degli anni 80, dall’abuso di alcol, da un io mal costruito, dall’aids, dalla nevrosi, da psicosi di ogni genere. Piazzati là, in alto, indietro nel tempo, in uno sgabuzzino dell’inconscio, dove non vendono la focaccia.
Mentre io, mollato dalla fidanzata (rustica ma non a sufficienza), al freddo novembrino della canonica del paesino di Arzeno, dove trovai l’affitto meno costoso della storia dell’umanità, catapultato in un ambiente lavorativo improbabile dove la comunicazione era più diretta con un cinghiale, in un buio iper-stellato che leniva a malapena l’angoscia, i miei sfoghi erano due: i ravioli e la musica.
Quindi, dopo ogni turno, mi piazzavo davanti al pc a smanettare coi miei strumenti, con in testa un progetto: omaggiare il disco “Nomade Psichico” degli AFA, del 1996. Ne venne fuori “Nomade Psichico Suite” e, a risentirlo ora, quasi 20 anni dopo, percepisco l’ingenuità, il timore e l’insicurezza a cui dovevo fare fronte. La sento nella voce come negli arrangiamenti.
L’emiliano Fabrizio Tavernelli (En Manque D’Autre, Acid Folk Alleanza, AFA e tant’altro ancora) mi fece l’onore d’essere presente in spirito e voce per sostenere questo mio ingenuissimo progetto. Mi ricordava un po’ (tutt’ora, devo dire) quella potente e fraterna spinta incoraggiante che anima “Rock & Roll Suicide” di David Bowie.
Oltre a presenza e voce (in “Marzano“), mi scrisse questa bella presentazione da inserire nella Netlabel che all’epoca pubblicava le mie musiche:
“Immaginate di trovarvi sospesi nel vuoto siderale, alla deriva in uno scafandro, immersi in un silenzio infinito, lontani da tutto ciò che poteva essere rassicurante. Siete finiti in un cimitero gravitazionale, una discarica spaziale di rifiuti, resti di astronavi e satelliti danneggiati. Ora con questi resti provate con ingegno e disperazione a ricostruire un modulo, un nuovo manufatto di rozza tecnologia survivalista, una traballante stazione orbitale, una struttura di necessaria sopravvivenza in un universo ostile e senza fondo. La stessa operazione di recupero compiuta da Jenseits che recupera reperti, tracce, registrazioni abbandonate nel vuoto. Una suite in espansione dove impulsi, segnali e messaggi vengono raccolti, rielaborati, analizzati e infine rimiscelati con quel che resta di una tecnologia di una razza un tempo proiettata verso il futuro e ora sempre più vicina a una definitiva entropia. Sono cluster, riverberi, loop sporchi e corrosi, echo che ribattono tra dimensioni sconosciute. “Nomade Psichico Suite” è un minuzioso lavoro di archeologia cosmica, è un decifrare linguaggi lontani e sconosciuti. Come l’ultima luce che viaggia nel tempo per darci notizia della morte di una stella. Come nelle ultime civiltà degli umani dove regna un’apocalisse quotidiana. Jenseits è un raccoglitore, proprio come furono i primi gruppi di ominidi sul pianeta terra, nomadi alla ricerca e alla scoperta. Ricchezze abbandonate rinvenute sul percorso, suoni, parole, sensi, tutto quello che può servire all’uso, al riassemblaggio. Costretti all’invenzione, per ridare energia e vita a quello che pareva senza vita, ma che conserva seppur in forma immobile, una memoria. Fossili,vita impressa per sempre, racchiusa, conservata per quello e per chi verrà. Materia da ricomporre in modo astratto e astrale. Dare una nuova funzione a oggetti sonori destinati all’eterno silenzio. Il mio fossile è “Nomade Psichico”, un album che proteggo gelosamente in una parte remota del mio animo, un lavoro che mi ha segnato, una costruzione e un progetto che mi ha proiettato molto lontano, dove non credevo di poter arrivare. Una piattaforma astronomica da cui ho potuto vedere, auscultare quello che non avevo mai potuto ricevere. E solo osservando e viaggiando negli sconfinati spazi, solo nel momento di massima espansione della coscienza, ho scoperto che in vero stavo viaggiando dentro me stesso, nel mio inconscio, nel mio più profondo intimo. Come nella migliore fantascienza interiore. Ammirevole dunque e capzioso come un buco nero, il lavoro che si aggiunge in questa opera monolitica, un labirintico intarsio di immagini, film, suggestioni letterarie, visioni e illuminazioni. Jenseits ha capito cosa c’era dietro, cosa c’era prima, cosa c’era dentro e cosa c’era oltre il disco “Nomade Psichico”. E’ una stupefacente rifrazione caleidoscopica, una galassia gemella che si specchia nel multiverso. Una struttura ad anello, una respirazione circolare, una trance, una nebulosa spiraliforme. Jenseits è la prosecuzione di un viaggio in un tempo indefinito, dove è richiesto un passaggio di generazioni affinché un percorso oscuro sia rivelato da anni luce di peregrinare. Raggiungere un nuovo pianeta, raggiungere una verità, raggiungersi laggiù, una sola destinazione e ora il comando della nave interstellare ha un nuovo equipaggio coraggioso e utopico, deciso nel cammino oltre l’inesplorato confine. Sino al prossimo passaggio dimensionale. Buon Viaggio Major Francesco e ricordati i codici di volo.
[Dal Diario di Debordaggio, Taver] “

