
Titolo originale: Traumnovelle
Paese di produzione: Germania
Anno: 2024
Durata: 74 minuti
Genere: Drammatico, Psicologico, Thriller
Regia: Florian Frerichs
Sinossi:
Un uomo e una donna attraversano una crisi silenziosa che si manifesta attraverso sogni, confessioni e derive interiori. La realtà quotidiana comincia a incrinarsi sotto il peso di desideri inespressi, gelosie latenti e immagini oniriche che invadono la veglia. Il racconto si muove in uno spazio instabile, dove il confine tra ciò che è vissuto e ciò che è immaginato diventa sempre più incerto.
Recensione:
Traumnovelle è un film che cammina sul filo sottile della percezione, senza mai cercare un equilibrio rassicurante. Florian Frerichs prende un materiale archetipico — la coppia, il desiderio, il sogno come rivelazione — e lo spoglia di ogni orpello narrativo, lasciandone emergere solo la struttura emotiva più fragile e perturbante.
Il titolo non è una citazione decorativa, ma una dichiarazione di intenti. Qui il sogno non è evasione, bensì una zona di verità più spietata della realtà stessa. I personaggi non sognano per fuggire, ma per essere messi a nudo. Ogni immagine onirica è una ferita aperta, ogni confessione un gesto tardivo che non salva, ma espone.
Il film rifiuta la psicologia esplicativa. Non ci sono motivazioni chiarite, traumi spiegati, conflitti risolti. Tutto resta in uno stato di sospensione inquieta, come se le emozioni precedessero il linguaggio. Questo rende Traumnovelle un’esperienza più che un racconto: lo spettatore non osserva, ma viene lentamente coinvolto in un clima di instabilità percettiva.
La messa in scena è rigorosa, asciutta, quasi ascetica. Gli spazi sono pochi, spesso anonimi, come se potessero appartenere a qualsiasi città, a qualsiasi relazione. La regia lavora per sottrazione, lasciando che siano i silenzi, gli sguardi e le pause a costruire il senso. È un cinema che non chiede di essere capito, ma attraversato.
Il corpo assume un ruolo centrale, ma mai erotizzato. È un corpo esitante, trattenuto, carico di tensioni che non trovano sfogo. Il desiderio non esplode: ristagna. E proprio in questa stagnazione nasce il disagio più profondo del film. Non c’è trasgressione liberatoria, solo un lento slittamento verso una consapevolezza dolorosa.
Il tempo è frammentato, discontinuo. Le scene sembrano seguire una logica emotiva più che cronologica. Alcuni momenti ritornano, deformati, come ricordi che non riescono a fissarsi. Questa struttura contribuisce a un senso di circolarità soffocante, come se i personaggi fossero intrappolati in un sogno che non evolve, ma si ripete.
Frerichs sembra interessato soprattutto al momento in cui l’intimità diventa opaca, quando l’altro smette di essere uno specchio e diventa un enigma. Traumnovelle parla di coppia non come luogo di condivisione, ma come spazio di solitudine condivisa. Due individui vicini, ma irrimediabilmente separati da ciò che non riescono a dire.
Il film non offre catarsi. Non c’è un prima e un dopo. C’è solo un durante, prolungato, quasi estenuante. È una scelta radicale, che può respingere, ma che è coerente fino in fondo. Traumnovelle non vuole risolvere il sogno, vuole restarci dentro.
Alla fine rimane una sensazione di inquietudine quieta, come al risveglio da un sogno troppo lucido per essere dimenticato. Un film che lavora sottopelle, che non urla mai, ma che continua a farsi sentire a distanza di tempo. Un cinema fragile, preciso, deliberatamente scomodo.
