THE MASTER (SubITA)

Titolo originale: The Master
Nazionalità: USA
Anno: 2012
Genere: Drammatico
Durata: 137 min.
Regia: Paul Thomas Anderson

Un reduce della Marina e l’incontro con La Causa (Scientology?) e il suo leader carismatico.

Il grande segreto si dà quando uno non ha più niente da nascondere e nessuno allora lo può più afferrare. Da ogni parte il segreto, e niente da dire.
Gilles Deleuze – Conversazioni

[…]era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta. […]
Charles Dickens – Una storia tra due città

Paul Thomas Anderson continua a muoversi intorno alle faglie della Storia: come proiettava nel futuro (There will be blood) l’abbarbicarsi della al Capitale, la lotta e l’amore di un binomio strettissimo, con The master riorganizza i frammenti del conflitto bellico retroproiettati sul presente, sul (non) senno di poi. Ci sono un prima e un dopo, in The master, c’è la Storia, il tempo lineare, controllato, produttivo di una d’epoca, di un biopic. E c’è “l’oscuro nemico che ci mangia il cuore”, il tempo dell’inconscio, la “belva funesta” che, esperita la guerra, si sottrae sanguinando al progresso, alla modernità come miglioramento costante, alla felicità come Mito. Nel loro rapportarsi si concretizzano e si negano le forme della certezza e quelle dell’incertezza, la simulazione del cinema classico come di quello moderno. The master è un oggetto obliquo, fuor di classificazione. Come i suoi personaggi: Freddie Quell e Lancaster Dodd paiono – e non sono – la tesi e l’antitesi. Il marginale, lo scarto, l’abietto. L’integrato, l’osannato, l’affabulatore. Ovvio che la sintesi di queste parvenze, The master, sia una danza. L’oscillare di una tensione, la misurazione di un’attrazione: tra colonizzatore e colonizzato, tra maestro e discepolo, tra un elenco di qualità che nel film sono imperfette, caratteristiche scheggiate e sulla carta arrotondamenti per eccesso o per difetto. Sicuramente di comodo. Dodd arranca, guerreggia, s’affanna per raggiungere lo statuto di padrone, cade, s’eleva, lo elevano, ricade. Quell è noncurante verso l’appellativo servo, lo indossa e lo sveste con naturalezza, lo fa proprio, lo respinge, lo piega al suo volere, si lascia piegare. The master è la storia di questa costante inesattezza. La dialettica tra l’incontrarsi e lo scontrarsi di queste figure dicotomiche, coincidenti. Un film ondulatorio.

Dodd, a seguito di quelle fratture che impongono alla Storia di ripartire, all’uomo di dimenticare e dimenticarsi, di obliare blocchi di tempo per ritrovarsi come prima, è il fondatore di una nuova comunità (La Causa), un altro Il figlio di Giuda, il narratore epico di un viaggio entro di sé. Come per la sci-fi post 11/9 (da Source Code a Transformers 3), il viaggio nel tempo e la manipolazione della Storia sono centrali nei suoi racconti taumaturgici: cancellare per riscrivere, rinascere nel corso del tempo per sentirsi immortali sulle macerie della mortalità, sui residui della guerra. L’arte della fuga da fermi, della virtualità. Del cinema, persino (non è forse in un cinema che Freddie ritorna a Lancaster?). Quell, che ha gli occhi strabordanti di morte, è un individuo regressivo, fatica ad andare oltre lo stato fisico delle cose (Lancaster, all’opposto, è fisico nucleare): per lui una parete è solo una parete, le sue fughe sono letterali, letteralmente fuor d’orizzonte, non si racconta nulla per dimenticare e ritrovarsi, s’avvelena, si perde, cerca la deriva. Ciò di cui abbisogna è la sua donna, la possibilità di un’altra comunità, la carne e l’amore lasciati prima della partenza: credere in Dodd, usarlo, gli è utile solo per trasformare la femmina di sabbia con cui copula (passando dal trasporto cieco alla vergogna) in quel che il conflitto (quello bellico, quello conseguente dentro di sé) gli ha negato. Così anche Freddie compie un viaggio nel tempo, ritornando nella casa in cui ha abbandonato l’amore. Inutilmente. La sua Penelope l’ha aspettato, fino a quando non l’ha dimenticato. In The master la femminilità è un’ ossessione che riveste ogni immagine, oggetto e del desiderio bassoventrale e del pensiero romantico, fantasia e fantasma, ma anche, all’opposto, figura concreta, monumentale: la Mary Sue Dodd di Amy Adams è Lady MacBeth, il SuperEgo di Lancaster (come Freddie è il suo Id). La rappresentazione della donna: oggetto e soggetto, l’una e l’altra cosa. La spia che conferma: c’è sempre l’et et, in The master, non l’aut aut. Non è una questione di collasso postmoderno, di compresenza di forme cristallizzate, di concrezioni già viste. Non è un gioco, un esercizio intellettuale. L’et et di The master è un movimento che si sottrae alla catarsi, alla stasi retorica, alla semplificazione narrativa: fotografa opposizioni irrisolte, reciproche exploitation, conflitti dove non ci sono né vincitori né vinti. Si organizza restituendo brandelli del proprio script, facendosi filmcervello in frantumi ma zavorrato al reale, sottraendosi alla storia intesa come progresso narrativo e produttivo sino a divenire partitura di associazioni, rime e rimandi.

Guarda anche  BORN OF FIRE (SubITA)

In obliquo tra il realismo e la sua percezione, che al limite è allucinazione, pruderie, sogno diretto al reale, mai fuga oltre lo specchio, mondo altro, paese delle meraviglie: oggi, mentre il cinema digitale scandaglia l’interiore dei suoi registi, vomitando autobiografismo e spettri, Anderson si ricorda del peso del 70mm, il peso del filmare al tempo dell’analogico, di un cinema che ancora necessita ontologicamente del profilmico, di una realtà – da ammirare, rivisitare, scomporre e ricomporre – di fronte al proprio occhio. Una realtà che è permesso incrinare, ma non abbandonare. Così, mentre il cinema intorno si fa oggetto narcisistico, Anderson si ferma sulla superficie delle cose, anestetizza il dramma, respinge gli addensamenti tematici, la narrazione come espressione di una morale precostituita, la visione come conseguenza di una previsione (come fino a oggi è sempre stato il suo tracotante, superbo cinema evangelico), e quando va oltre il rivestimento – distorcendo il pensiero seriale con la musicalità jazz del suo raccontare, con la colonna sonora antipop di Greenwood, con accensioni visionarie inconcludenti – non trova il vuoto, ma la piena mediocrità dell’uomo, la mancanza di profondità, l’assenza di vie di fuga, la forma tangibile (vuoi che sia il Potere, vuoi che sia il sesso, vuoi che sia l’essere riconosciuto socialmente) del suo desiderio, che della realtà s’informa, che alle secche della realtà rimanda, che lì si conclude. Per questo, soprattutto, The master è un film d’attori. Di corpi, di voci. L’elogio del cinema analogico, persino il suo scacco. Una sfida. Non ci sono (e se ci sono vengono aggrediti) appigli letterari, strutture accomodanti, canali di senso, solo il cinema come immagine della realtà, come arte della traccia, come pensiero superficiale. Perché non è vero che The master non dice nulla, solo si sottrae alle retoriche (anche interpretative) canoniche: accende interruttori (il bisogno americano di una guida, la dialettica del conformismo, le logiche del desiderio, la situazione dei reduci, Scientology, una contemporaneissimo senso di paranoia, l’eterno disorientamento posttraumatico e via elencando) ma non riduce il cinema alla sociologia, alla psicologia, alla psicanalisi. All’estensione di una morale. Lo riduce all’incontro di uomini, allo scontro di immagini dal simbolismo spartano, antiintellettuale, al concerto di evidenze grottesche, buffe, violente, imperfette, verissime, al particolare che non urla il suo essere universale. Non è una parabola, The master. Non c’è niente da dire.
​C’è solo da vedere, qui. C’è solo da comprendere.

Recensione: spietati.it

Come è stato il film ?
+1
0
+1
0
+1
0
+1
0
+1
0
+1
0
+1
0
By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

Related Posts

AGRAfilm è ONLINE AGRAfilm è OFFLINE